"Ho sofferto di lunghi episodi depressivi dallo US Open 2018 e non è stato facile conviverci. Tutti quelli che mi conoscono sanno che sono introversa, e tutti quelli che mi hanno visto nei tornei si sono accorti che spesso indosso delle cuffie perché questo mi aiuta ad attenuare l’ansia sociale".
Se nelle ultime 24 ore il tennis ha oltrepassato i confini dello sport per parlare di un tema drammaticamente attuale come la depressione è tutto merito di Naomi Osaka. Dopo essere stata multata per la decisione di non prendere parte alle conferenze stampa del Roland Garros e dopo che un comunicato congiunto dei quattro Slam aveva paventato sanzioni più gravi nei suoi confronti, compresa la squalifica dal torneo, la 23enne ha scelto una strada senza ritorno, dando il benservito agli organizzatori parigini. L'improvviso ritiro della giapponese ha spaccato l'opinione pubblica: c'è chi sostiene che il gesto estremo della tennista sia un ulteriore passo, necessario, verso la sensibilizzazione di una patologia che secondo l'OMS nel 2030 sarà la più diffusa nel mondo e chi, invece, pensa che in quanto n° 2 del mondo, la 4 volte campionessa Slam avesse degli obblighi verso media e colleghi e, se non rispettati, dovesse essere punita. Tralasciando il cortocircuito comunicativo tra l'atleta e i vertici del Roland Garros (sembra che Osaka non avesse fatto riferimento a disagi di natura mentale, almeno in un primo momento), colpiscono le parole dell'atleta su Instagram. Intime e profonde, che non devono passare inosservate. Parole che lasciano trasparire un disagio che va oltre il montepremi di un torneo internazionale e privilegi milionari derivanti da sponsor.
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"Rimarrò per un po’ di tempo lontana dal campo, ma quando arriverà il momento voglio davvero lavorare con il Tour per discutere dei modi in cui possiamo rendere le cose migliori per i giocatori, per i giornalisti e per i tifosi. Ad ogni modo, spero che voi tutti stiate bene e al sicuro, vi voglio bene e… ci vedremo quando ci vedremo".
Chiudersi velocemente la porta alle spalle e prendere il tempo per se stessi. Come successo nel passato a tanti sportivi prima di lei: da Serena Williams a Michael Phelps, da Tom Dumoulin a Viktoria Azarenka, da Gigi Buffon ad Andrè Agassi, che nella sua autobiografia "Open" ha aperto il suo cuore confessando di aver giocato a tennis per vivere, anche se lo odiava. Idoli di milioni di persone che una volta tornati a casa dopo un trionfo o una delusione sul campo soffrivano, e soffrono, di un male che ancora oggi rimane un tabù e che per molti non è ancora paragonabile ad un infortunio di tipo fisico. I numeri parlano chiaro: in Italia almeno 3 milioni di persone soffrono di depressione (nel mondo 300), mentre il 10% della popolazione, circa 6 milioni, ha sofferto almeno una volta di un episodio depressivo. Un disagio che, in un momento come quello che stiamo attraversando dopo un anno e mezzo di sofferenze e restrizioni, dovrebbe essere sulle agende di tutti i capi di Stato. E se un personaggio pubblico, con una decisione sofferta ma necessaria per la sua salute, decide di uscire allo scoperto c'è solo da togliersi il cappello e rimboccarsi le maniche. Il tennis femminile può tornare a fare la storia anche lontano dai campi come fece Billie Jean King negli anni Settanta. La Osaka ci ha già dato un assaggio obbligando gli organizzatori del Western & Southern Masters di Cincinnati a fermare il torneo per un giorno, portando la battaglia del Black Lives Matter per la prima volta nel mondo dello sport. Non vediamo l'ora di rivederti, Naomi.

Da McClain a George Floyd: Naomi Osaka paladina del Black Lives Matter

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