Alla fine Bartomeu ha gettato la spugna, come titola a caratteri cubitali il quotidiano catalano Sport, e la rivoluzione blaugrana può finalmente avere inizio. Il presidente del Barcellona si è dimesso il 27 ottobre ufficialmente dopo aver ceduto alla pressione popolare: lo scorso settembre un gruppo di soci del club aveva avviato il processo noto come Mozione di Censura per la terza volta in 121 anni di storia. Nonostante le difficoltà legate al Covid hanno raccolto quasi 20.000 firme, più che sufficienti per indire il referendum di impeachment. Bartomeu ha cercato di farlo saltare con ogni mezzo, ma la Generalitat, ovvero il governo catalano, gli ha tolto ogni speranza: il referendum andava celebrato. E così il direttivo blaugrana si è dimesso in blocco prima di qualsiasi (scontata) votazione. Bartomeu era entrato nel club come membro della giunta direttiva di Joan Laporta nel 2003 e fugge dalla porta di servizio 17 anni dopo, sette dei quali da presidente.

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Mai mettersi contro Messi

"Sono stato accusato di aver spinto per la partenza di Messi per sistemare i conti, ma non è vero. Non avevamo nessuna intenzione di rinforzare una diretta rivale. Ho deciso di non entrare in una discussione dialettica, perché la priorità era che Lionel facesse parte del nuovo progetto, e non lo farò ora, perché è il nostro capitano".

Nella conferenza stampa di addio, il 57enne dimissionario ha scelto di tornare sulla vicenda Messi, la telenevola che ha infiammato l'estate post lockdown, come se riconoscesse nel braccio di ferro con la Pulce il motivo fondante dell'astio di tifosi e ambiente. In questo senso le parole di Gerard Piquè qualche giorno fa a La Vanguardia sono state profetiche ("Ho chiesto a Leo di sopportare, il Camp Nou deve portare il suo nome. Messi si merita tutto. In quei giorni non ho parlato molto con lui, era un argomento molto personale. Ma ricordo di avergli mandato un messaggio dicendo ‘un anno e poi arriverà gente nuova’"). La frattura con Leo e la squadra non si riduce al vergognoso 8-2 subito dal Bayern Monaco nei quarti di Champions League, ma affonda le radici ben prima in un 2020 da dimenticare: il licenziamento di Valverde, sostituito con Quique Setien dopo i no di Xavi e Koeman, il Barçagate, con tanti top player blaugrana spiati da una società pagata a caro prezzo dallo stesso club, la vittoria del Real Madrid nella Liga e nell'ultimo Clasico "casalingo". Una disfatta sotto tutti i punti di vista, alla luce di una delle più deludenti sessioni di calciomercato degli ultimi anni, contrassegnata dalla volontà di abbattere i costi legati agli ingaggi e dalle cessioni, poco remunerative, di Vidal, Suarez e Rakitic. Bartomeu non è riuscito a regalare al nuovo allenatore Koeman l'attaccante di cui aveva bisogno, Depay, per problemi di bilancio. Infine la pandemia ha inciso molto su una situazione già critica: 192 milioni di mancati introiti rispetto alle previsioni, per un debito complessivo che si attesta sui 450 milioni.

Bartomeu-Barça, le 10 ragioni del divorzio

Cosa succede ora?

"Abbiamo lasciato il club nelle mani dell'allenatore e speriamo che possa portare a termine i nostri obiettivi in mezzo a questa pandemia".

Come spiega il collega Felix Martin, giornalista di Eurosport Spagna, le prossime elezioni si svolgeranno tra 40-90 giorni, finestra temporale prevista dallo statuto del Barcellona per fissare le nuove elezioni. In questo momento il club è nelle mani della Commissione di gestione. Si presenteranno tanti candidati, e tra questi, stando alle ultime indiscrezioni iberiche, dovrebbe esserci Joan Laporta, il creatore del Barça di Guardiola che, però, deve ancora trovare i tanti soldi necessari per candidarsi (ci vuole una fideiussione superiore ai 100 milioni di euro). "Finalmente si aprono le porte per ricostruire il Barcellona - ha intanto twittato l'ex presidente dal 2003 al 2010 - Visca el Barça!'.

Sono cinque, per ora, i candidati confermati: Victor Font, Toni Freixa, Jordi Farré, Agustì Benedito e Luis Fernandez Alá. I più noti probabilmente sono Freixá, che lavora ad un progetto di un nuovo Barcellona dalle precedenti elezioni e Jordi Farré, imprenditore catalano che ha avviato l'impeachment contro Bartomeu e si era già presentato alle elezioni del 2015. Di sicuro il nuovo presidente non potrà che scendere a patti con Messi, anche in caso di addio: il contratto dell'argentino scade nell'estate del 2021. Dalla decisione (condivisa) con il fenomeno di Rosario dipenderà la strategia del nuovo corso del Barça.

Superlega Europea, come vanno interpretate le dichiarazioni di Bartomeu?

"Abbiamo approvato tutti i requisiti necessari per partecipare ad una futura SuperLega europea. Il nuovo torneo garantirà al Barcellona la sostenibilità economica e che continui ad appartenere ai soci. La nostra unicità significa che non dobbiamo distribuire dividendi e che i benefici sono stati assegnati a investimenti sportivi e immobiliari".

La scorsa settimana Sky Uk ha rivelato che il colosso bancario JP Morgan sarebbe pronto a investire 5 miliardi di euro per finanziare il progetto che coinvolgerebbe tra le 12 e le 18 squadre, con i top club di Inghilterra, Spagna, Italia, Germania e Francia che sarebbero stati contattati per entrare a farne parte. La competizione si svolgerebbe in due fasi, durante le date attualmente occupate dai campionati nazionale, con una fase finale a eliminazione diretta per decretare il vincitore. Nel progetto sarebbe stata coinvolta anche la Fifa, l’organo di governo del calcio mondiale. Con le dichiarazioni in conferenza stampa di Bartomeu esce allo scoperto il primo club interessato alla "nuova Champions League", anche se ovviamente la nuova dirigenza dovrà decidere se portare avanti il progetto. Intanto è arrivata la comprensibile durissima reazione di Javier Tebas, presidente della Liga spagnola, che ha definito la Superlega una "competizione fantasma", che sarebbe "la rovina per il Barcellona" e che la decisione "ratifica l’ignoranza" di Bartomeu "nel settore del calcio". E’ la "triste fine", ha concluso, "di un presidente che ha avuto successi e ultimamente errori".

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