E’ l’incubo di ogni nazione: veder sorgere una generazione dorata davanti ai propri occhi, accudirla nei suoi anni più delicati e preziosi per poi accorgersi che non potrà mai avverare il suo massimo potenziale. Lo sanno bene gli ungheresi: gli anni ’50 furono solcati dalla Squadra D’Oro di Puskas, che tuttavia non arrivò mai alla gloria mondiale; i famelici magiari persero la finale di Berna contro la Germania Ovest. E nonostante le loro sorti furono risollevate dalle generazioni successive, anche Olanda e Danimarca videro perire il seme della loro stirpe calcistica a un passo dal trionfo.
Ad Euro 2004, quella nebulosa di sciagurato tempismo investì anche il Portogallo. I lusitani ospitavano il torneo e riuscirono a raggiungere la finale. Tutto sembrava seguire il copione perfetto. Le pepite d’oro di quella compagine avevano vinto un Mondiale giovanile nel 1991, ed erano pronte a consacrarsi una volta per tutte. Si chiamavano Luis Figo e Rui Costa, e la loro combinazione dinamitarda intimoriva qualsiasi fronte cercasse di contrastarli. Il Porto aveva appena vinto la Champions League e aveva rafforzato la rosa con Carvalho, Costinha, Maniche e Deco. La fascia destra del loro attacco poteva tagliare qualsiasi retroguardia come se fosse burro.
Cristiano Ronaldo aveva solo 19 anni ad Euro 2004, ma nel giro di sole sei partite il suo incommensurabile talento lo aveva promosso allo status di giocatore indispensabile. Aveva firmato due maestosi gol di testa contro la Grecia e l’Olanda. I portoghesi avevano perso contro i greci nella partita inaugurale del torneo. E furono proprio i greci a ripresentarsi in finale contro di loro. Si imposero ancora una volta con un 1-0 antiestetico, ma dannatamente scottante. La maggior parte delle occasioni-gol del Portogallo ricadde sulle spalle di Ronaldo. Al tempo non era ancora un infallibile finalizzatore, e di conseguenza non finalizzò. Mentre la Grecia festeggiava la vittoria, Ronaldo si dimenava disperatamente in una pozza delle sue stesse lacrime.
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EURO ICONS - 1980: Rummenigge e la Germania dimenticata da tutti
02/06/2021 A 20:46

Il ragazzo sconosciuto ci ha demoliti

Quella fu una delle poche incrinature di un arco diretto verso la fama e il successo. Un anno prima, in un’amichevole tra Sporting Lisbona e Mnachester United, Ronaldo aveva dichiarato il suo potenziale al mondo intero: "Fu una prestazione incredibile quella notte", dichiarò il difensore dello United Mikaël Silvestre. “Questo ragazzo che nessuno conosceva ci ha fatto a pezzi per l'intera partita. Nessuno poteva avvicinarsi a lui". Quando abbandonarono il terreno di gioco, i giocatori dello United implorarono il loro allenatore di comprare Ronaldo. Sir Alex Ferguson non era affatto una persona impulsiva; eppure, l'accordo fu chiuso proprio quella notte, poco prima che la sua squadra lasciasse lo stadio.

Cristiano Ronaldo Sporting Lisbona 2002

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Ronaldo ebbe la giusta sfacciataggine per reclamare la maglia numero 7 lasciata vacante da David Beckham. Lo United aveva intenzione di darlo via in prestito per la sua prima stagione. Invece il portoghese rimase, e fece sentire subito il suo peso specifico: vinse la FA Cup nel maggio 2004 dopo aver aperto le marcature in finale; segnò di nuovo quando lo United sollevò la Coppa di Lega due anni dopo; in poco tempo si trasformò in una macchina da gol. Raggiunse standard e ritmi di marcia mai espressi da alcun umano con la palla tra i piedi.
"Il ritorno dalla Coppa del Mondo 2006 lo trasformò definitivamente", raccontò Gary Neville. Un'estate spesa interamente in palestra aveva cambiato il fisico di Ronaldo. Era svanito il ragazzo gracile e giocoliere, che si cimentava in doppie finte e trick shot barocchi nei momenti meno opportuni; al suo posto si stagliava un attaccante concreto e immediato, che poteva devastare la zona centrale del campo partendo da posizioni defilate. Ronaldo maturò soprattutto mentalmente. Il processo decisionale di Ronaldo su quando passare, tirare o dribblare era diventato clinicamente preciso. La differenza era sbalorditiva; la sua trasformazione dall'essere un grumo caotico di potenziale a un cyborg perfettamente rodato, si avverò in uno schiocco di dita.

La tripletta con lo United

Ronaldo si impose come capocannoniere per lo United nelle tre stagioni successive. In quegli anni i Red Devils collezionarono la seconda tripletta di titoli nazionali, strappando lo scettro di campione al Chelsea di Josè Mourinho, che sembrava destinato a dominare per anni. Nel 2008 lo United affermò la propria superiorità battendo il Chelsea ai rigori nella finale di Champions League. Ronaldo aveva fallito il suo tentativo dal dischetto, ma aveva segnato il gol dello United prima della lotteria, nonché il maggior numero di gol di qualsiasi giocatore nella competizione. Un anno dopo li riportò in finale con gol straordinari contro Porto e Arsenal. Solo il nuovo paradigma calcistico inventato da Pep Guardiola al Barcellona impedì ai Red Devils di confermare il proprio titolo quell’anno.

Cristiano Ronaldo - Manchester United-Chelsea - Finale Champions League 2007-2008 a Mosca - Imago

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Quello era un paradigma con cui Ronaldo avrebbe dovuto familiarizzare ben presto: quell'estate si trasferì al Real Madrid per una cifra record di 94 milioni di euro e iniziò a sperimentare metodi per soverchiare la difesa blaugrana su base regolare. A livello nazionale si rivelò una missione impossibile. Nelle prime sette stagioni con Ronaldo, il Real Madrid vinse un solo titolo - nel 2011-12 - mentre cinque andarono al Camp Nou. La superiorità del Barcellona fu sottolineata nel 2010 – seconda stagione di Ronaldo alle merengues -, quando i ragazzi di Pep rifilarono un traumatico 5-0 in un Clasico a dir poco epocale.
​​La rivalità tra i due club si incarnò presto in due giocatori. Negli anni 2010 il consumo di calcio stava diventando pesantemente influenzato da due forze che permeavano il gioco: il culto del singolo giocatore e l'ossessione per i dati. In questa tempesta ossimorica si sono inseriti Ronaldo e Messi.
Entrambi hanno attraversato un decennio nutrendo una media gol degna di Gerd Müller ai tempi d’oro. Di conseguenza, entrambi hanno accumulato avidamente i più grandi premi individuali e collettivi sul mercato. Per tutto il decennio i due si sono alternati nelle vittorie del Pallone d'Oro e della Champions. Alla soglia dell'estate del 2016, si riscontrava un mutuo consenso sul fatto che Messi fosse in leggero vantaggio. Non solo godeva di numeri migliori, ma era anche considerato come un giocatore più completo e un esempio migliore per i giovani. Ronaldo, al contrario, era visto da molti come uno showman pavoneggiante. Con i suoi teatrini sui calci di punizione, la posa da goal statuaria e l’esibizionismo che lo portava a strapparsi la maglietta rivelando i suoi addominali, fu accusato di aver annegato la sua carriera in un progetto di vanità.

L’ossessione per il miglioramento

Quella era una tesi che oscurava un ben più complesso processo di crescita fondato sulla maniaca fiducia in se stessi e su una delle etiche del lavoro più feroci mai viste in questo sport. Ronaldo era ossessionato dall'essere il più bravo possibile. Eppure non era riuscito ancora a raggiungere le altezze occupate da Messi. Gli avversari non perdevano occasione per provocarlo proprio su questo tasto dolente. A Euro 2012, Ronaldo disputò una brutta partita contro la Danimarca, e il pubblico danese cominciò a intonare il coro "Messi" per entrargli nella testa. E funzionò. “Sapete dov'era lui in questo periodo [l'anno scorso]? Sai?" Chiese Ronaldo ai giornalisti nella conferenza stampa post-partita. “Era fuori dalla Coppa America, nel suo stesso Paese. Penso che sia peggio, no?"
Ronaldo si era aggrovigliato in una matassa che tormentava sia lui che il suo rivale. Nonostante tutti i successi e i record ottenuti con i loro club, nessuno dei due aveva mai vinto un trofeo importante per la propria nazionale. La Coppa del Mondo era sempre stata motivo di profonda frustrazione – e ancora nessuno dei giocatori ha mai segnato al di fuori della fase a gironi – e nessuno dei due riusciva a mettere le mani sul rispettivo torneo continentale. A Euro 2008 il Portogallo era uscito ai quarti di finale, poi fu eliminato in semifinale ai rigori dalla Spagna a Euro 2012. Alla soglia di Euro 2016 in Francia, la squadra portoghese era quotata 16-1 per la vittoria finale del torneo; Ronaldo sarebbe stato parte integrante di un trionfo che fece da apripista ad un inverno spettacolare nella sua carriera.
Nella loro partita di apertura contro l'Islanda, si possono trovare ben poche tracce di ciò sarebbe successo dopo. La partita terminò 1-1, col pareggio dell’Islanda dopo lo sfuggente vantaggio firmato da Nani. Per gli islandesi quello era primo punto nel loro primo torneo di rilevanza continentale, e il tripudio che accompagnò quell’impresa lasciò l’amaro in bocca a Ronaldo. "Pensavo che avessero vinto gli Europei per il modo in cui hanno festeggiato alla fine", disse. “Era incredibile. Quando non provano a giocare e si limitano a difendere, difendere, difendere, questo secondo me mostra una mentalità piccola e non faranno nulla nella competizione".
Quattro giorni dopo, a Parigi, Ronaldo spese una notte angosciante contro l'Austria. Sprecò due buone occasioni da distanza ravvicinata, colpì il palo su rigore e si vide annullare un gol a sei minuti dalla fine. La partita si concluse a reti inviolate. Con soli due punti sul tabellone, il Portogallo navigava in una posizione alquanto precaria. Sebbene gli Europei si fossero ora ampliati per accomodare 24 squadre, e quattro delle sei terze classificate nei gironi potessero accedere agli ottavi di finale, c'era un'enorme pressione in vista dell'ultima partita del girone del Portogallo contro l'Ungheria. E la si percepiva tantissimo. Durante una passeggiata pre-partita per la città, Ronaldo fu avvicinato da un giornalista. Afferrò il microfono e lo scaraventò in un lago vicino.
Durante la partita trascinò un Portogallo in preda al caos totale. Per tre volte l'Ungheria prese il comando della gara, e per tre volte il Portogallo li recuperò. Ronaldo appose la propria firma sul primo pareggio del Portogallo, su passaggio telecomandato di Nani. Nella ripresa segnò il 2-2 con un disinvolto colpo di tacco su cross di João Mário, diventando il primo giocatore in assoluto a segnare in quattro diverse edizioni dell'Europeo. Poi si immolò di testa per pareggiare per la terza e ultima volta, e guadagnò così il punto che spedì il Portogallo verso la fase a eliminazione diretta dopo aver terminato al terzo posto il Gruppo F.
La conseguenza di una fase a gironi sottotono, fu un accoppiamento ostico agli ottavi di finale. La Croazia aveva vinto il proprio girone battendo i campioni in carica della Spagna all'ultima partita. Per le Furie Rosse quella era stata la prima sconfitta nel torneo da 12 anni. Fu una partita combattuta a Lens, e il Portogallo vinse grazie a un gol nei supplementari. Nani deviò un tiro in area croata, che si posò sui piedi di Ronaldo, il cui tiro a bruciapelo venne respinto da Danijel Subašić. Ma a pochi passi dal pallone, appostato come un condor, c’era Ricardo Quaresma, l'ala 32enne del Besiktas. La sua zampata si rivelò decisiva. Fu l'unico tiro in porta di tutta la partita.
Anche se non stava giocando affatto bene, il Portogallo stava prendendo slancio per via dell’inerzia. Il loro quarto di finale contro la Polonia a Marsiglia si trascinò ai rigori. Ronaldo si presentò per primo sul dischetto, determinato a scacciare tutti i fantasmi della gara contro l’Austria. Ronaldo concretizzò con sicurezza, e prima dell’inizio della lotteria aveva radunato i suoi intimando di fare lo stesso.

"Calcialo bene. Se perdiamo chissenefrega, sii forte"

"Hey! Hey! Vieni a calciare, vieni a calciare", urlò a Joao Moutinho, che si era nascosto nell'ombra. “Li hai calciati bene. Se perdiamo allora fanculo. Sii forte. Dai! Sii forte! Li hai calciati bene, dai. Ora è nelle mani di Dio". Moutinho era forte; e lo furono anche Renato Sanches e Nani: tutti e tre segnarono. Quando Jakub Błaszczykowski sbagliò il quarto rigore della Polonia, il Portogallo si ritrovò tra le mani la possibilità di vincere. Per la seconda volta in cinque giorni Quaresma colse l’attimo decisivo: il Portogallo era in semifinale.
La semifinale di Lione portò testa a testa i due fenomeni Galacticos del Real. Di fronte a Ronaldo e il Portogallo c'era il Galles, che aveva soverchiato il Belgio con un'epica vittoria per 3-1 a Lille nei quarti di finale. Il loro mattatore era Gareth Bale, che aveva firmato per il Real un contratto di 100 milioni nel 2013. In tandem, CR7 e Bale avevano vinto la Champions League nel 2014 e nel 2016. Ronaldo aveva mantenuto il suo status di punto focale della formazione madrilena e avrebbe troneggiato sul suo collega a Lione.
Un colpo di testa su calcio d'angolo di Ronaldo portò il Portogallo in vantaggio al 50'. Era il suo nono gol agli Europei, che gli fece eguagliare l’ammontare segnato da Michel Platini, il capocannoniere di tutti i tempi del torneo. Tre minuti dopo, Ronaldo servì inavvertitamente l'assist per il gol decisivo. Aveva storpiato un tiro che attraversò tutta l'area di rigore; la palla si stava andando a spegnere a lato prima che Nani piazzò una gamba per deviarlo oltre le braccia di Wayne Hennessey.

Cristiano Ronaldo, Euro 2016

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Avrebbero affrontato i padroni di casa allo Stade de France di Parigi. Otto mesi prima, una detonazione fuori da quello stadio durante un'amichevole tra Francia e Germania diede il via a una terribile notte di attacchi terroristici nella capitale francese. Fu l'attacco che andò a mietere più vittime in Francia dalla seconda guerra mondiale; il paese era ancora convalescente quando la squadra di Didier Deschamps intraprese una corsa entusiasmante lungo il tabellone del torneo. Erano sicuramente la migliore squadra della competizione, con Paul Pogba, Dimitri Payet, Oliver Giroud e Antoine Griezmann tutti in primo piano. Quest'ultimo aveva segnato sei gol nel torneo, compresi i due che avevano battuto in semifinale la Germania campione del mondo.
Era stato un percorso più ripido per la squadra portoghese. Nani era stato eccellente, con tre gol, ma era un'ala adattata a giocare in attacco. Quaresma faceva avanti e indietro dalla panchina. Potevano contare su alcuni giovani talenti come Sanches, João Mário e il terzino Raphaël Guerreiro, ma non c'erano dubbi su quale forza della natura fosse stata fondamentale per portare il Portogallo così in alto. Data la sua influenza, che è andata ben oltre i suoi tre gol e tre assist, la finale era stata preparata per essere tutta incentrata su Ronaldo. E in effetti fu proprio così, ma non nel modo che tutti noi ci aspettavamo.
Dopo soli 8 minuti, un tackle deciso di Payet scaraventò Ronaldo a terra. Agonizzante, provò a continuare la sua partita. Ma l’infortunio al ginocchio era talmente grave da farlo arrendere. La sua finale era terminata. Dopo 25 minuti venne sostituito da Quaresma. In lacrime. Proprio come quella prima volta. Con il miglior giocatore del Portogallo fuori causa, la Francia era ormai certa di vincere. Invece, vennero beffati da uno dei gol più iconici della storia dell'Europeo.
L'attaccante del Portogallo Eder era la riserva delle riserve ad inizio torneo: dopo una torrida stagione con la maglia dello Swansea in cui non era riuscito a segnare in 15 partite, era stato ceduto in prestito al Lille. A soli undici minuti dalla fine a Parigi, si liberò dalla morsa di Laurent Koscielny e scoccò un siluro rasoterra da 25 metri che punì Hugo Lloris nell'angolo basso. La Francia rimase immobile, attonita. Il Portogallo divenne campione d'Europa.

Il singolo non conta

Per il resto dei tempi supplementari Ronaldo zoppicò freneticamente attorno al perimetro dell'area tecnica, sbraitando istruzioni e incoraggiando i suoi compagni di squadra. Il vero allenatore del Portogallo, Fernando Santos, si schierò al suo fianco, rassegnandosi all’idea della sua influenza ormai offuscata. Ronaldo si ripresentò a sollevare il primo trofeo internazionale del Portogallo; nel frattempo, l'Argentina aveva perso un'altra finale di Coppa America negli Stati Uniti. Eppure, per quanto influente fosse stato indubbiamente Ronaldo, il trionfo fu quello del Portogallo, e la finale fu la prova di un'immutabile verità calcistica; non importa quanto un giocatore possa essere dotato, non può fare tutto da solo.

Cristiano Ronaldo, Euro 2016

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Ciò non rende il suo curriculum individuale meno imponente. Il Real Madrid vinse altre due Champions League negli anni successivi a Euro 2016, avverando una vera e propria dinastia. Il palmarès di Ronaldo raccoglie cinque Champions e cinque Palloni d’Oro. È il capocannoniere di tutti i tempi del Real Madrid e detiene anche il record di gol in Champions League.
A 33 anni, la Juventus ha sborsato 110 milioni di euro per portarlo in Serie A, dove ha continuato a segnare ininterrottamente. L’invecchiamento non ha offuscato le sue capacità, né la sua autostima. "Non ho mai visto nessuno migliore di me", ha detto a France Football nel 2017, "L'ho sempre pensato. Nessun calciatore può fare le cose che faccio io". Chi è il più grande giocatore ad aver mai calcato un prato verde è un dibattito soggettivo e in gran parte inutile; ma le persone ne discuteranno sempre, ed è impossibile intavolare questa discussione senza fare il nome di Cristiano Ronaldo. Ed è anche ovvio che, dopo la mirabolante vittoria ad Euro 2016 e un'ulteriore galoppata d'oro con la casacca del Real, Ronaldo abbia risanato sia il proprio forziere di numeri, sia la propria immagine: dai dubbi su quello che definivano come "progetto di vanità" alla sicurezza di una filosofia virtuosa del lavoro e della fiducia in se stessi.

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